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COME ERAVAMO NEGLI ANNI 60...

UNA PUNTATINA ALL'OSTERIA

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QUESTI...I GIOCHI DEI BIMBI

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IL VETTURINO CHE ASPETTA I CLIENTI

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CI VEDIAMO PER UN APERITIVO SOTTO IL CARTELLO DEL PUNT E MES

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I FILI DELLA CORRENTE..E LE CASE ANNI 60

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LE QUATTRO GRAZIE IN CENTRO....

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SGUARDO FIERO E ALTERO

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ABITAVANO...AL NUMERO 13

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UN RIPOSINO CI STA PROPRIO BENE

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ALLUVIONE A FIRENZE 04 NOVEMBRE 1966

PONTE SANTA TRINITA

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IL FIUME ARNO NEL CENTRO DELLA CITTA'

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PONTE ALLA CARRAIA

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PONTE VECCHIO L'ACQUA HA INVASO I NEGOZI

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IL CIMITERO DELLE AUTO ALLUVIONATE

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PIAZZA SANTA CROCE INVASA DAI DETRITI

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UNA VALLATA DEL CASENTINO VISTA DALLA CONSUMA

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MONTEMIGNAIO - LA TORRE DEL CASTELLO

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PREGHIAMO PER LA PACE NEL MONDO

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RACCONTO INSERITO NELL'ANTOLOGIA " LIBERARTE 2011 "

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CORREVA L'ANNO 1943...

QUEL GIORNO PETTINAVO UNA BAMBOLA DI CENCIO...

 Scrivere questa storia è come riviverla, è un ricordo scivolato fuori dalla scatola magica che virtualmente tengo sotto il cuscino. In questa scatola della memoria è racchiusa tutta la mia vita, divisa in piccoli cassetti : ci sono i ricordi del passato  con le  sue gioie i dolori, le strade lisce, le curve, i sassi fra le ruote, ci sono gli episodi del presente, e le speranze per il futuro,  ma proprio il passato che riaffiora fa vedere  le cose ancora più chiare e comprensibili.
Le mie tante primavere e le mie rughe, non hanno cancellato questo ricordo così lontano nel tempo, penso che l’ ho custodito con molta forza nel cuore, se dopo aver guardato una vecchia foto in bianco e nero stropicciata e sgualcita  per l’usura del tempo, è tornato con prepotenza davanti ai miei occhi e vive libero di danzare nella mia mente.
Avevo 4 anni,  mi ha fatto un certo effetto vedermi così piccola in braccio alla nonna, la nonna era una donna alta e imponente sempre vestita scuro e la testa sempre coperta da un foulard che teneva legato dietro alla nuca.
Sullo sfondo della foto una vecchia casa con le mura di intonaco bianco, appoggiate da un lato fascine di legna pronte per il camino, un muretto di pietre arrangiate alla meglio da dove spuntavano dei ciuffetti d’erba divideva la strada da una grande aia di lastroni sconnessi dove due ragazzini giocando sono rimasti immortalati nell’immagine.
Chiudo gli occhi cercando di ricordare le cose oltre la foto…vedo in questa grande aia un grosso pagliaio fatto a regola d’arte che solo i contadini di allora sapevano fare, due galline che zampettano, e un gatto che sonnecchia sul muretto.

Tutto è iniziato così….
Correva l' anno 1943...Un paese del Casentino…
Quel giorno…pettinavo i capelli immaginari di una bambola di cencio…
Questa è una pagina di storia vera vista con gli occhi di una bambina di 4 anni nel periodo della guerra.
Alcune cose le ricordo sfuocate, ma alcune, se mi concentro e frugo nella mente, sono lì davanti a me: è come sfogliare le pagine di un vecchio libro dove parole e immagini prendono vita…alcune dolorose e crudeli, alcune gioiose ed emozionanti.
Rivedo, sui volti delle persone, lacrime e sguardi increduli e terrorizzati, la rabbia e la rassegnazione nei volti degli anziani; sento il pianto dei bambini per la fame; gli sguardi fieri dei giovani combattenti, che solo negli occhi  delle loro madri o mogli vedono la speranza della vita.
Con la mamma, il babbo e mio fratello neonato ( nato nel 1943 ) eravamo a casa dei miei nonni in Casentino.
Tutta la famiglia era riunita di fronte al camino, sul focolare, attaccato a un gancio, pendeva un grande paiolo nero dove, l’acqua che borbottava rumorosa  cuoceva le patate.
Le scintille del fuoco sembravano tante stelline colorate che si perdevano lungo la cappa del camino e io…con la mia curiosità, mi chiedevo sempre dove andassero  a finire quelle piccole luci...le immaginavo tutte insieme a danzare  nel cielo insieme alle stelle...
Fra una patata lessa, e un pizzico di sale, gli adulti parlavano della guerra e si raccontavano tante cose, ma io non ne capivo completamente il significato, però un giorno, che all’apparenza sembrava come gli altri..accadde qualcosa..
Voci concitate sferzarono l’aria, soldati tedeschi dall’aria severa, davano ordini…nella piazza del paese legarono agli alberi alcuni uomini, io ero seminascosta dietro i vetri di una finestra, mia madre non voleva che guardassi, e coprì velocemente i miei occhi con le sue mani.
Ero  spaventata, non consapevole fino in fondo delle brutture della guerra, ma la curiosità fu più forte di me, e con un occhio riuscii a vedere una scena raccapricciante che non ho mai dimenticato.
Quella mattina, il sole filtrava fra i rami dei grandi alberi di quella piazza, formando sul selciato dei disegni astratti dai riflessi colorati, sembrava un controsenso la bellezza di quei colori con tanta crudeltà umana.
Un silenzio irreale nell' aria, che venne squarciato dai colpi secchi di proiettili che uscivano dai fucili, sembrava un film...invece erano scene reali.
Un plotone di soldati tedeschi sparava nei volti di quegli uomini legati agli alberi, si leggeva il terrore e la paura della morte, ma  nessun lamento uscì dalle loro bocche. Era il coraggio degli eroi.
Un soldato tedesco era stato ucciso, e loro per punizione, catturavano gli uomini che si trovavano ancora nelle case, e nella pubblica piazza li uccidevano, 15 italiani dovevano morire...la testa reclinata...ormai erano andati...
La guerra, nella sua atrocità, ci aveva mostrato il suo volto.
Nel paese silenzio, nemmeno le mosche facevano il solito ronzio, tende, finestre e porte chiuse nessuno per le strade, un paese di fantasmi, i soli rumori che si sentivano erano i miagolii dei gatti e un leggero abbaiare dei cani che impauriti andavano a nascondersi.
Anche il rumore dell' acqua della fontana era cambiato, sembrava arrochito davanti a tanto orrore.
Si percepiva anche un altro rumore, silenzioso e astratto, ne era piena l 'aria. Era il rumore del dolore…il battito martellante dei cuori umani inorriditi da questa strage.
Poi, i soldati tedeschi risalirono sulle loro camionette appagati dopo aver eseguito il loro compito e se ne andarono, sgommando, così com' erano arrivati, tra nuvole di polvere e nei loro orecchi la scia delle grida di terrore.
Solo allora, le porte e le finestre si riaprirono, le strade si riempirono di  nuovo, i fantasmi erano spariti, nell'aria risuonavano il pianto e la disperazione delle mamme, delle mogli, dei figli nel vedere i loro cari ormai privi di vita. Li accarezzavano come per rendere loro la vita, li abbracciavano per scaldare i loro corpi ormai freddi…
Quell’immane tragedia aveva ferito i loro vecchi e giovani cuori, custodendo per sempre un dolore che forse solo il tempo avrebbe potuto appena lenire.
Oggi, nel luogo di quell' orrore c'è una stele con i nomi degli uomini fucilati e nella piazza del paese c'è un monumento dedicato Ai Caduti della guerra, è circondato da grandi scalini, ai lati, 4 leoni in pietra, con la loro immobile fierezza proteggono queste tavole di marmo dove sono incisi i nomi dei caduti. Nessuno dovrà mai dimenticare quei nomi che rappresentano delle persone che con il loro sacrificio hanno difeso l’Italia e la vita di tutti noi.
Avrei ricordato questo paese come il luogo dove sono state versate  lacrime di dolore, per le atrocità della guerra, ho immaginato le anime di questi eroi girovagare fra gli alberi di questa piazza, mentre i loro corpi erano là…che riposavano nel piccolo cimitero, ma io…li ho visti morire…e li avrei sempre ricordati con i vestiti stazzonati  che avevano nel momento della fucilazione.
Quando torno in questo paese del Casentino per mettere i fiori sulle tombe dei miei cari, mi soffermo a guardare le case, le strade, gli alberi, le tante cose che sono cambiate: ora è tutto più moderno, mi fermo con tristezza di fronte alla stele con i nomi ormai quasi cancellati dall' usura del tempo e non dimentico mai di fermarmi davanti al monumento dei Caduti, poco distante dalla stele, sulla cui cima un’ aquila di bronzo sembra voler spiccare il volo da un momento all' altro.
Con raccoglimento, leggo i nomi,  e guardo questo monumento, non come gli altri passanti ma con gli occhi della mente e rivedo la scena... esseri umani legati agli alberi con la testa reclinata, sento ancora fischiare nelle orecchie i colpi di fucile che echeggiano nell' aria e le urla di dolore dei  familiari, mi vedo bambina, piccola e impaurita...Ricordo bene, le parole che mi vennero dette :
< - Povera piccola...con il tempo dimenticherai... ->

Per tanti giorni non sono riuscita né a mangiare né a dormire, solo ora ne capisco il motivo: avevano rubato un pezzetto della mia infanzia mettendo nei miei occhi di bimba un' immagine che è rimasta incastrata nella mente e nel cuore per il dolore di tanta crudeltà.
Ancora un ricordo della guerra attraversa i miei pensieri….se chiudo gli occhi, sento ancora la voce roca e profonda di mio nonno, urlava e singhiozzava  disperato  perché, non voleva lasciare la sua casa.

<< Io resto qui - diceva - nessuno mi deve dire di andare via, è casa mia, solo così posso evitare che la brucino, c'è tutta la mia vita e tutti i miei sacrifici fra queste quattro mura...>>

Aveva ragione, ma tutti dovevamo lasciare la propria abitazione e nasconderci nei boschi e nei campi per rimanere vivi: non si rischiava solo di perdere la casa perché, i soldati bruciavano tutto , ma molto di più, era in gioco la nostra vita….
Ricordo con chiarezza la corsa tra i balzi di quelle vigne, camminavamo in silenzio rasentando il muretto per non essere visti, eravamo una quindicina di persone fra adulti e bambini, mia madre teneva attaccato al seno il mio fratellino per evitare che piangesse; noi potevamo capirlo di stare zitti, ma un neonato…non poteva capire che bastava un lamento per essere scoperti.
Forse…anche il suo silenzio ci ha salvato da morte sicura.
Dio..nella Sua bontà deve aver visto la disperazione nei nostri volti e ci ha porto la Sua mano...Sentivamo i colpi di fucile rimbombare da un monte all’altro, forse proprio “Quella mano”  ha deviato qualche proiettile.
E' stato un vero miracolo che non ci abbiano trovato! Quanta paura, quanti sospiri ho sentito nell' aria !
Ammutoliti stavamo lì, silenziosi come l' erba che calpestavamo con passi felpati, l'erba e i fiori non capivano le atrocità della guerra, loro crescono ugualmente, incuranti di quello che può succedere. Alcune lucertole scivolavano silenziose fra i cespugli, qualcuna ci guardava incuriosita poi guizzava veloce sparendo tra i sassi dei balzi, loro potevano sparire, noi no...
I minuti sembravano ore, gli adulti si guardavano con aria angosciata, si sfioravano le mani, si asciugavano le lacrime che cadevano silenziose.
Che cosa sarebbe successo nel prossimo minuto della nostra vita ?
Poi…i passi iniziarono ad allontanarsi, le voci dei soldati e i colpi di fucile erano sempre più lontani, un silenzio surreale…eravamo salvi...piangendo ci siamo abbracciati tutti per lo scampato pericolo.
Ricordo con grande amore e nostalgia l’abbraccio dei miei genitori che hanno stretto il mio piccolo corpo, un gesto tenerissimo che racchiudeva tutto  l’amore del mondo.
Solo allora mi sono accorta della bellezza dei fiori che ornavano i balzi e i campi di quelle vigne. Erano stati calpestati, ma erano rimasti vivi, le nostre lacrime, prima di dolore poi di gioia, come brina mattutina, li avevano annaffiati facendoli rivivere con colori ancora più belli.
Tutti piangevano e si asciugavano gli occhi, non aveva importanza se i fazzoletti stropicciati per l’angoscia, erano vecchi e sporchi,  l' importante era essere salvi !
Io, con l' innocenza dei bambini, ho fatto un mazzolino di fiori e quando, camminando per risalire le vigne, siamo passati davanti ad una piccola cappella in cui era posto un dipinto della Madonna, la mamma mi ha detto :
< - Offri i fiori alla Madonna e ringraziala ! ->
Ero piccola, alzandomi sulle punte dei piedi, ho appoggiato i fiori su questo altare di pietra sconnesso e polveroso e piano, piano per non sciupare questo momento di grande spiritualità  Le ho sussurrato :
< - Tieni… sono per Te, lo sai che siamo tutti vivi ? ->
E’ stato in quel momento che ho avuto la sensazione di aver ricevuto una carezza sull' anima.
Una carezza, che ho sempre conservato nel cuore.
Non ho mai dimenticato questo episodio lontano, farà parte di me per sempre, ho voluto raccontarlo provando l’amarezza struggente della cattiveria umana, e la nostra impotenza a combatterla,  ma con gli anni ho sanato la mia ferita, ho trovato la serenità nello sguardo innocente dei bambini, nella speranza della giustizia e della pace nel mondo, nella saggezza dei popoli, e degli uomini che ci guidano, nella forza e nella determinazione delle donne, perché, riescono a fare nello stesso tempo le figlie le lavoratrici, le mogli e le madri.
Teniamo sempre unita la nostra bellissima Italia, lottiamo per gli ideali che danno un senso alla vita, per la famiglia, per i figli, per il lavoro, per i nostri diritti, per l’abolizione delle armi, pensiamo alla nostra terra preservando l’ambiente dall’inquinamento globale,  proteggiamo i nostri mari, l’aria, le foreste.
Facciamolo con serenità, e determinazione, la gioia sarà più grande se saremo in grado di trasmettere questo messaggio alle generazioni future.
Ho parlato di fede, speranza, di dolore, di gioia, di amicizia e di amore, sono cose che non si vedono ma sono ovunque,  basta agire con rispetto ed onestà guardando nella profondità dei nostri cuori.
Cerchiamo di avere la forza delle margherite che nascono nei prati, appassiscono e ogni primavera ritornano, il loro segreto è invisibile, sta solo nel miracolo della vita, e nelle grandi meraviglie dell’universo.

                                                                     Maria Luisa Seghi


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Racconto inserito nell’ Antologia
LiberArte – Anno 2011

 

PREGHIAMO PER LA PACE DEI POPOLI

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FIORI PER UN ALTARE

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IMMAGINI DI VITA PAESANA

COMODO PARCHEGGIO

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CONTADINA CON FALCE PER IL GRANO

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MEZZINE PER PRENDERE L'ACQUA ALLA FONTE

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UNA FONTANA DEL PAESE

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IL PAESE DEI MIEI AVI

Nel ricordare i tempi passati non posso dimenticare il piccolo paese del  Casentino  dove  sono nati i miei genitori e dove hanno vissuto fino al giorno in cui mio padre è entrato a lavorare alle Ferrovie dello Stato.
Si sono trasferiti per due anni a Livorno (dove io sono nata) poi definitivamente a Firenze  alla Stazione Centrale di S.M. Novella.
Così nei mesi  estivi, finita la scuola, i miei genitori mi mandavano dai nonni a Montemignaio, un piccolo paese del  Casentino.
Ricordo molte cose che ora non usano più o sono completamente sparite.
Mi piace ricordarne alcune perché resti nella memoria come si viveva negli anni 50- 60 .
Ricordo i campi in estate con il grano maturo che veniva tagliato con la falce, e poi diviso in covoni pronto per la mietitura con le macchine che dividevano le spighe  dalla paglia al  grano che macinato si trasformava in farina.
Nelle case non c’era l’acqua corrente, ma al centro del paese c’era una grande fonte dove  tutti andavamo a prendere l’acqua con le mezzine di rame, quelle che ora fanno bella mostra nelle case di campagna con dentro i fiori secchi, ma allora erano una cosa “sacra” e di grande utilità.
Negli acquai di pietra che erano nelle case, si rigovernava si lavava la verdura, ci si lavava il viso e tanto altro. Era un continuo andare a riempire le mezzine per uso domestico. Invece per bere a tavola andavamo con le bottiglie alla fonte, l’acqua veniva così fresca da questa meravigliosa sorgente che si appannava la bottiglia.
Era bello quando si riuniva la famiglia intorno al focolare, dove era sempre appeso un paiolo nero per mantenere l’acqua calda o dove si lessavano le patate.
Per fare il bucato c’era il lavatoio, una grande vasca rettangolare fatta di lastroni di cemento e lunga alcuni metri dove le massaie andavano a lavare la biancheria.
Non oso pensare a tutti  i microbi e i batteri che ci potevano essere,  ma allora non ne conoscevamo nemmeno l’esistenza.
Quel lavatoio era praticamente il salotto del paese: se volevi sapere qualcosa di qualcuno bastava andare a lavare i panni. Tutte in fila, ognuna il suo lastrone, il suo pezzo di sapone e iniziava il “gossip” degli abitanti del luogo, praticamente venivano dette tante cose: alcune vere, alcune mezze verità, alcune con la malizia della piccole bugie un po’  come succede  oggi con le riviste del settore.
Quando tutte avevano lavato la biancheria  e l’acqua era diventata grigia, veniva vuotato e riempito con acqua pulita per sciacquare, poi ognuna prendeva il suo catino pieno di panni e andava a stenderli nei campi,  metteva dei fili fra un albero e l’altro e lì in quei campi, come tante bandiere al vento, i panni si asciugavano.
Finito di stendere il bucato, si doveva raccogliere l’erba per i conigli.
Mia nonna mi aveva insegnato quali erano le erbe buone da mangiare e quelle che invece agli animali facevano male. Ero diventata espertissima nel riconoscerle e quando andavamo alle stalle si buttava nella gabbie e mi divertivo a guardare come correvano i conigli  a mangiare l’erba fresca!    
Una cosa bellissima era la sacralità di fare il pane: le donne facevano l’impasto in casa sulla spianatoia, poi formavano delle pagnotte rotonde e le mettevano su delle assi di legno per la lievitazione che poi coprivano con dei grandi teli bianchi. Trascorso il tempo necessario, mettevano sulla testa una specie di ciambella di stoffa dove appoggiavano quest’ asse con il pane da cuocere e si avviavano verso il forno già pronto al calore giusto. Con una pala come fanno ora i pizzaioli mettevano le pagnotte in fondo al forno dove c’era il calore più forte , poi  davanti venivano messi i tegami di coccio con i fagioli  i ceci e  le teglie con i dolci,  il forno veniva chiuso con un coperchio di ferro.  A cottura ultimata chi aveva portato la roba a cuocere si metteva in fila e ognuna riprendeva la sua teglia, invece il pane veniva rimesso su queste assi di legno e quando le donne passavano per riportarlo a casa già cotto, nell’aria si diffondeva il profumo unico e meraviglioso del pane fresco.
Ricordo molto bene questo profumo magico che si diffondeva per le viuzze del paese, ma una cosa bellissima era guardare queste donne che portavano sulla testa in equilibrio perfetto  un’asse di legno con sopra il pane lievitato  da mettere nel forno, poi tornavano indietro con il pane cotto che veniva riposto in casa in una grande cassapanca di legno  chiamata “madia” dove si manteneva fresco per tanti giorni.
A merenda una fetta di quel pane con l’olio era di un sapore unico, altro che le merendine  confezionate che mangiano oggi i ragazzi!!!
La sera quando il sole tramontava e iniziava il buio, il paesaggio sembrava un presepe con le case sparse sulle montagne. Dalle finestre si intravedevano le luci fioche delle lampade, i contadini ritornavano alle loro case dopo un giorno di duro lavoro, i rumori dei lavori quotidiani diminuivano fino a scomparire.
Quella era l’ora della cena con tutta la famiglia riunita.
Nel cielo apparivano tante grandi stelle che sembrava di toccarle. Io avevo la pretesa di contarle ma erano milioni sparse nell’immensità di quel blù.
Mi ha sempre incantato il cielo stellato, con  la luna sospesa in mezzo . Le sue macchie assomigliano ad un volto che sorride, con la fantasia dialogavo con la luna,  qualche volta faceva la preziosa e si nascondeva dietro a una nuvola di passaggio per riapparire ancora più bella di prima.
Con l’inquinamento anche il cielo sembra cambiato, le stelle sono meno numerose e tutte lontanissime, forse la sera vanno ad illuminare il deserto dove i cammellieri riposano nelle oasi.
Anche di fiori ne nascono meno fra i balzi delle vigne,  l’aria è diversa, le rondini non passano più in gruppi formando nel cielo delle macchie nere con le loro  ali.
Ora quando piove vengono spesso alluvioni e tempeste, come se la natura si ribellasse osservando la  nostra incuria.
A metà percorso fra le montagne della Consuma e Montemignaio  c’è una chiesina dedicata alla Madonna delle Calle, sulla strada c’è un piccolo ponte sotto cui  scorre un ruscello. Negli anni 50 quando passava la Sita che veniva da Firenze, dovevamo scendere alcuni metri prima del ponte perché era pericoloso per il peso del veicolo e per le persone. Allora passava solo l’autista con il mezzo e noi a piedi. Dopo passato il tragitto del ponte tutti  risalivamo a bordo .
Dopo diversi anni per evitare il pericolo che il ponte crollasse, hanno fatto un’ altra strada più larga così la chiesina  rimane seminascosta fra gli alberi sotto la strada nuova.
Nessuno, però si è dimenticato di questo luogo di culto. Chi passa lì vicino si ferma per  dire una preghiera in questa piccola chiesa ed ogni anno la prima domenica di settembre,  per la festa della Madonna delle Calle, fanno una grande festa.
Quando vado al paese dei miei avi , tengo un mazzolino di fiori stretto a me e con malinconia e gli occhi lucidi, mi reco al camposanto dove riposano, oltre ai miei genitori, i  nonni gli zii e anche conoscenti.
Allora  ripenso a tutte quelle vite racchiuse in quello spazio di terra dove su ogni lapide una foto ci sorride…
Quel sorriso ora lo donano a chi cammina lungo i vialetti di questo luogo sacro.
Io depongo i fiori sulla tomba dei miei genitori e guardando le date incise sul marmo  mi rendo conto di quanti anni sono passati da quando ridevo e correvo lungo le stradine di questo paese che estate, dopo estate ha visto la mia infanzia e la mia giovinezza.
Quante cose sono andate perdute, altre ne abbiamo trovate più moderne, quella modernità che ci ha reso schiavi di una  tecnologia sempre più sofisticata, come i cellulari, le macchine digitali, gli apparecchi ad alta definizione per ascoltare la musica le televisioni  grandi come schermi del cinema.
Mi viene spontanea una riflessione :
“Ora del moderno tutti siamo schiavi, ma a quei tempi era semplice, il paese dei miei avi”
Ma sarà stato veramente semplice “a quei tempi” il paese dei miei avi?
Oppure  ogni epoca ha le sue delizie e i suoi tormenti?

                                                                               Maria Luisa Seghi


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MONTEMIGNAIO- LOCALITA' LA PIEVE

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CHIESA MADONNA DELLE CALLE E PONTE

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OGGETTI PER CUCINA PAESANA ANNI 50

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UN ESEMPIO DI LAVATOIO

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