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IN RICORDO DI MIA MADRE

CARA MAMMA….MI MANCHI…

Un ricordo si è infilato all’improvviso nei miei pensieri e mi ha fatto sentire teneramente malata di malinconia. Voglio dedicarti questa lettera, guardando con tenerezza un vecchio cassettone in legno massiccio, che è diventato mio dopo la tua scomparsa, è imponente, in confronto agli altri mobili moderni che sono in questa stanza compreso un grande poster con la foto di New York. Questo mobile, sembra piombato fra queste quattro mura come catapultato da una casa di fine 800. Ha le maniglie di quelle antiche, che quando ricadono giù, suonano come campanellini, i cassetti sono profondi, e sul piano in fondo c’è ancora la carta stile fiorentino, non posso toglierla..tu amavi questo mobile, dove tenevi tutte le cose più care, e con il pensiero rivedo le tue mani che frugano dentro per prendere qualcosa, tenevi dei borsellini con i risparmi e li nascondevi sotto le camicie ricamate a mano, ancora nuove e ingiallite, “Per le evenienze” dicevi, avevi le camicioline, ancora nel cellofan…” Per un bisogno se vado all’ospedale “ ripetevi, quando io mi permettevo di dirti di adoperarle. Sai mamma, ho ritrovato in questi cassetti ormai vuoti della tua presenza: un bottone bianco, uno spillo di sicurezza, un vecchio ditale, e un ago infilato con del filo rosa , tutte cose che hai usato con amore, e che io ho accarezzato per ritrovare un po’ di te.
Ho guardato il cielo…ti ho pensato, sperando che l’eco delle mie parole ti raggiunga. Sono passati nove anni da quel giorno, ma..quanto mi manchi.. ricordo spesso il babbo, anche se ne è passato di tempo da quando ci ha lasciato, guardo la foto ingiallita e sciupacchiata che lo ritrae su quel piccolo aereo in Africa , ricordo i racconti della guerra che ci ha fatto, io stavo a bocca aperta ad ascoltare, sembrava che leggesse le pagine di un libro di Salgari, invece era realtà… gli animali feroci i serpenti, i nemici sempre in agguato, gli spari dei fucili, il dolore, per i suoi amici da seppellire..e la felicità di poter tornare a casa nella sua patria. Parlava del suo lavoro, dei suoi viaggi sul treno, degli altoparlanti nelle stazioni. L’ ho ricordato nel periodo della sofferenza e della sua morte, quando sono rimasta a vegliarlo per tante ore, sembrava che ascoltasse quello che dicevo. Ho avuto la sensazione che Sorella Morte mi avesse preso per mano e mi avesse avvicinato a lui, per farmi capire che non dovevo avere paura, perché…la morte…cammina sempre a fianco della vita…Ti ringrazio per essere venuta nei miei sogni, di avermi consolato nei momenti tristi e dolorosi, ti ho perduta nel corpo ma non nell’anima e nel cuore. Quando ti ho sognata insieme al babbo, ho provato la felicità di vedervi uniti anche Lassù…hai versato tante di quelle lacrime quando ci ha lasciato, non te ne facevi una ragione, ti sembrava una cosa ingiusta che ti avesse lasciata da sola negli anni della vecchiaia, lo so, avevi noi figli, ma era la sua mano, che volevi nella tua, noi avevamo tutti la nostra vita. Giugno del 2000, sei andata in Casentino, da sola, come tutti gli anni, la sera ti telefonavo, ero preoccupata per la tua salute, una sera di luglio, ti dissi: “Vengo a trovarti” “ Ti aspetto con gioia” mi rispondesti. Provai una strana sensazione, la tua voce mi sembrava diversa, quell’ incontro non c’è mai stato, il giorno dopo, con una telefonata mi hanno avvertito di quello che era successo, sono rimasta impietrita dal dolore. Eri morta dolcemente nel sonno come avevi sempre desiderato. Quando sono arrivata e ti ho vista, ho sentito un pugno sul cuore, per non urlare di dolore, ho cercato di ricordarti quando eri viva e correvi per tutta la casa con quel “cencino” sempre in mano, era la tua mania, la casa senza un granello di polvere. Avevi il tocco magico per la cucina, non ho mai dimenticato la sfoglia fatta a mano con il sugo, le tue polpette, la carne fritta, solo te, le sapevi donare quel sapore, che io non ho mai saputo imitare, avevi il dono del pollice verde, i tuoi gerani avevano i colori più belli, mai un bachino girellava fra quelle foglie…le tue mani, sfioravano i panni da accomodare, come se l’ago e il filo formassero un ricamo sulla seta, facevi dei rammendi con una precisione certosina, io ti dicevo: “ Sei così brava, che faresti anche gli occhi alle pulci…” Te sorridendo mi rispondevi: “ Per quello..che i tuoi cenci…li porti sempre a me ad accomodare” Ho pensato alle nostre telefonate, ai piccoli sfoghi sulla vita quotidiana. Una cosa bellissima il nostro essere madre figlia, senza mai alzare la voce, un litigio, forse, io sono stata una brava figlia, ma è stato perché, ho avuto una brava madre..Quando parlavamo della vecchiaia: dicevi: “Io non voglio andare in uno ospizio, è come morire giorno dopo giorno, per questo prego che il Signore mi riprenda con Sé durante la notte, non voglio provare il dolore di lasciarvi.. Sei stata ascoltata perché è stato così che te ne sei andata.. I mesi sono passati, anche nella sofferenza per la tua perdita. Una notte ti ho sognata: hai detto:” Figlia mia, sarà grande la tua sofferenza !” Non capivo, la mattina dopo, ho pensato alle tue parole, che cosa volevi dirmi? A Dicembre, pochi mesi dopo che ci avevi lasciato, è successo qualcosa che ha cambiato completamente la mia vita uno dei giorni più brutti.. è iniziata la mia odissea per problemi di salute, dopo la TAC e tutte le analisi, sono stata ricoverata all’Ospedale di Careggi, Chirurgia toracica, non rimaneva che operare al polmone. Ai familiari hanno detto che avevo pochi mesi di vita…quanta disperazione in quei giorni..forse i medici pensavano che non avessi capito ? Ma tu…era questo che volevi dirmi con quel sogno? Volevi che il dolore mi trovasse pronta e coraggiosa? Mamma…mi sono salvata, quasi un miracolo…è stata una cosa meravigliosa, sapere che hai ancora una possibilità, non ho mai amato la vita come la mattina che mi sono svegliata dall’anestesia, l’intervento è stato durissimo, la convalescenza non aveva mai fine, ma l’amore che ho ricevuto da tutti mi ha dato una grande forza di sopportazione.
E’ da questa esperienza che ho iniziato a scrivere. Se la grande sofferenza, ha fatto di me una persona completamente nuova e diversa nei pensieri e nei comportamenti, se mi fa guardare con gioia nel cuore delle persone, io sono grata a questa grande prova, che mi ha fatto capire il senso della nostra esistenza. Ho affrontato altri problemi di salute, altri interventi, ero stanca di tutte quelle analisi, e così come una spada sulla testa anche la depressione, con tutto quello che comporta. Sai mamma, credevo di essere molto più forte nelle malattie, invece avevo paura come un bambino al buio, e non mi ero resa conto che io…ero diventata il buio…ora sto bene, se capitano delle giornate con le nuvole, cerco di allontanarle spruzzando nell’aria la speranza e la forza della mia Fede. Ricordo con nostalgia i pranzi gioiosi dei Nostri Natali, non torneranno mai più, troppe persone mancano a quella tavola…L’altra sera ho guardato il cielo, pensando alla vita, era l’ora del tramonto, delle bellissime nuvole rosate, si rincorrevano, formando disegni fantasiosi che solo le nuvole sanno fare. Scrivere è bellissimo è diventata la mia grande passione, quando scrivo, non mi sento sola , ho la sensazione di essere sfiorata dalle ali degli Angeli…Quando sei mancata ho percepito un grande vuoto, ma scrivendo questa lettera ti ho sentita vicina, percepisco le nostre voci, la mente mi ha fatto scorgere anche il tuo volto, ho accarezzato le tue mani, siamo in un giardino, è così nitida questa visione, che nell’aria ho sentito il profumo intenso dei fiori che ci circondano. E’ bellissimo, come il cuore con la mente sia il custode dei miei ricordi e delle mie parole.
Mamma ..mi manchi..

Tua figlia …Maria Luisa


(LETTERA VINCITRICE 2° CLASSIFICATA AL  CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE " FONDAZIONE ELISABETTA E MARIACHIARA CASINI"  INDETTO DALLA MADRE DOTT.SSA DORETTA BORETTI)

 

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PREMIAZIONE PALAZZO VECCHIO NOVEMBRE 2009

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IO…E LA LUNA

Era notte, ma le persiane della finestra erano aperte.. la mattina dopo, volevo vedere il giorno che nasceva perché quello era il giorno che avrebbe deciso il mio futuro e la mia vita. Sui vetri rifletteva il bagliore della luna, che mi sorrideva impertinente, mi guardava, le macchie sembravano due grandi occhi, ho ricordato di aver letto che l’occhio destro è il mare delle piogge, quello sinistro il mare della tranquillità, era bella la luna quella sera, ero io che piangevo per la paura di quello che dovevo affrontare.
Parlo della luna perché, ritrovando una Tac, mi è venuto incontro un ricordo come un pugno nello stomaco, mi sono trovata in ospedale per un intervento al polmone, l’angoscia mi ha trasformato in una piccola barca sbattuta su uno scoglio. Capivo che cosa mi stava succedendo, ai miei cari avevano detto: *3 mesi di vita* La sera precedente all’intervento, ho pensato che non potevo fuggire, annodando i lenzuoli per scendere dalla finestra, dovevo affrontare quella cruda realtà con coraggio. E chi dormiva quella notte, domani non sarebbe stato un giorno come gli altri, quanti *domani* avrei avuto ancora? Ho pregato la Madonna che mi porgesse la Sua mano,e se la Sua mano fosse stata per condurmi con Lei, che mi aiutasse ad affrontare il momento della morte. Ho pensato di non avere più un futuro, ho fatto il bilancio della mia vita, gli avvenimenti mi sono passati davanti come proiettati sullo schermo, non era una storia anonima era la mia storia. Prima di entrare in sala operatoria, ho scorto mia figlia, nei suoi occhi, solo dolore, ma sorrideva per farmi coraggio, Il mio cuore batteva così forte, che ho avuto la sensazione che il mio corpo fosse diventato un enorme cuore impazzito, nella stanza, tante persone vestite di verde, luci accecanti, ferri stranissimi sui tavoli, ho guardato i chirurghi con le lacrime agli occhi, ho messo la mia vita nelle sue mani, l’ultima cosa che ho visto, gli occhi dolci di una dottoressa che con una iniezione, mi ha mandato con tenerezza fra le nuvole a cercare la luna.
Al risveglio dall’anestesia, di questo intervento durissimo e complicato tutto era stato fatto… ho visto due volti, nel mio cuore un grande amore, mio marito, e mia figlia che mi diceva :Mamma sei salva.. Non ho mai amato tanto la vita come in quel momento.
Il dolore era insopportabile, Ero attaccata alle macchine con tanti tubi e fili, sembravo un vecchio robot in riparazione. Quando sono uscita dall’ospedale, sono tornata incontro alla vita, ho guardato il cielo, e mi sono sentita più vicina a Dio. La convalescenza è stata dura, e non aveva mai fine. Dopo mi sono successe tante cose straordinarie, come quella di iniziare a scrivere, forse senza questa esperienza non si sarebbero mai verificate, come il *miracolo* della mano guarita. La mia vita è completamente cambiata , vorrei dire a tutte le persone che devono affrontare un grande dolore o una malattia, di avere sempre nel cuore la speranza, che la vita vince, con la fede possiamo superare qualsiasi difficoltà, anche quando il cielo è pieno di nuvole nere, può sempre spuntare in mezzo al cielo la luna che con i suoi grani occhi ci fa attraversare il Mare delle Piogge e ci posa dolcemente nel Mare della Tranquillità.

                                                                                                        Maria Luisa Seghi

                                                                        

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IL RICORDO DI MIO PADRE

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COME RICORDO DI MIO PADRE

Il figura di mio padre prende forma  è come se aprissi una  stanza illuminata da una bellissima luce argentata, dove la mia memoria ha depositato le immagini. Chiudo gli occhi e provo una  grande emozione: in quella luce ho la sensazione di vedere mio padre in tutti i suoi gesti abituali.
Lo vedo in inverno, anche quando il freddo si fa pungente, con un cappotto color cammello sempre appoggiato sulle spalle, vedo nell’aria della cucina  nuvolette di fumo azzurrino che provengono dai mozziconi di sigarette che lui appoggiava da tutte le parti. Sul suo volto leggo la stanchezza dopo una notte di lavoro sui treni, mi diverte il suo  girovagare per casa e il suo borbottare, ammiro la sua passione nel sistemare le piante sulla terrazza e la sua delicatezza per come sfiora l’edera che crescendo si arrampica sul muro.
Ma l’emozione che mi ha rapito  è stata quando ho aperto un vecchio album:  fra tante altre, ho visto una foto ingiallita e spiegazzata che ritrae, in un grande spazio assolato, un giovane soldato appoggiato ad un piccolo aereo militare fa un gesto di saluto e sorride ( forse per non piangere) .
Correva l’anno 1936 ( millenovecentotrentasei), quel luogo è l’Africa , quel giovane  era mio padre, nel periodo della guerra.
Ricordo benissimo la sua voce e come noi figli ascoltavamo a bocca aperta i suoi racconti così reali, perché vissuti in prima persona e nello stesso tempo affascinanti per i particolari che  esponeva, sembrava che raccontando, rivivesse nuovamente  le atrocità degli scenari di guerra in contrasto con la bellezza dei paesaggi  che quella terra offriva.
Diceva sempre, che si sentiva un privilegiato perché, su tanti italiani che erano partiti con lui per quel massacro, in pochi erano tornati in Italia dalle loro famiglie.
Con che tristezza ci raccontava il dolore e le lacrime  versate per la morte dei suoi compagni, dello strazio di quando li dovevano seppellire sotto un cumulo di terra e sassi per non lasciarli alla mercé degli animali, e mettevano come piccolo segno di riconoscimento un legnetto a forma di croce o una frasca intrecciata. Nessuno avrebbe messo un fiore su quelle tombe dove giacevano i corpi martoriati di  soldati che così lontani dalla loro Patria, avevano donato la propria vita a quella terra straniera.
Era tanta la paura che li attanagliava quando in piena notte venivano assaliti dai nemici, era forte la sofferenza per la mancanza di cibo e di acqua, e senza vergognarsi ci ha raccontato di quando dovevano bere la propria urina per non morire di sete e per cercare di non soccombere alle infezioni in quelle terre aride. Con l’urina disinfettavano le punture di insetti che non davano tregua. Il minimo rumore li faceva sobbalzare pensando agli animali  che popolavano quella zona,  nel silenzio, il fruscio sibilante dei serpenti era sempre in agguato, come era in agguato la morte che avevano sempre vicina,  pronta a ghermirli.
Proprio per questa sua esperienza ci ha insegnato ad apprezzare quello che la vita ci dona, facendo cosa preziosa di tutto, come se dall’Africa si fosse portato dietro come bagaglio immagini di guerra e di distruzione, un periodo della sua vita che non avrebbe mai dimenticato.
Mio padre ha lavorato fino alla pensione alle Ferrovie dello Stato, era addetto al controllo dei biglietti di viaggio. La sua vita  l’ ha trascorsa sui treni, macinando migliaia di chilometri, e arrivando, stazione dopo stazione, in mille luoghi.  Il giorno che era a riposo voleva sentire la terra sotto ai piedi  e non lo sferragliare delle ruote sui binari.
Ci raccontava che quando dormiva a casa nel suo letto sognava il dondolio dei vagoni e sentiva gli altoparlanti che annunciavano gli arrivi e le partenze.
Immaginavo sempre  di essere su quel treno, affacciata al finestrino di sentire il vento che scompigliava i miei capelli e  di guardare i  paesaggi con le case e le montagne che sparivano via, via che il treno correva.
Ma non ce lo potevamo permettere, era dura la vita allora.  Anche il contenuto delle calza della Befana rispecchiava i tempi: la calza non era di panno lenci o di tulle, era un calzino pulito del babbo, ma vuotarla era bello ugualmente. I miei occhi brillavano per la gioia  quando  mettevo le mani dentro e frugavo alla ricerca del tesoro. Riuscivo a pescare: un paio di noci, un mandarino, un aglio, una cipolla, una patata, e in fondo.. ma proprio in fondo, c’era la sorpresa:  un paio di caramelle, un torroncino e un paio di monete di cioccolata, che a forza di rimirarle da un lato e dall’altro si scioglievano fra le dita.
Dopo aver assaporato la bontà della cioccolata, io ricomponevo l’involucro e mi illudevo di avere uno scrigno con le monete d’oro mettendole in una scatolina di cartone con disegnati dei piccoli gigli rossi. In mezzo a tutto il contenuto della calza, incartato per benino c’era un pezzetto di carbone,  non quello dolce, ma quello vero che si metteva nelle stufe e che  macchiava tutte le mani.
Era il simbolo per farci capire che qualche marachella l’avevamo combinata
Mio padre ormai ci ha lasciato da tanto tempo, non si è goduto nemmeno la pensione, che aspettava a gloria, dopo aver macinato migliaia di chilometri.
Dopo due anni  di riposo e di vita serena, una brutta malattia in tre mesi lo ha portato via. E’ stato un periodo di grande sofferenza per lui e per noi familiari, non parlava più, era per metà paralizzato, ci guardava con tristezza, i suoi occhi erano sbiaditi, avevano perso quell’azzurro profondo come il cielo, ora in quei laghetti spenti si leggeva la disperazione per non potersi esprimere anche se comprendeva tutto, ho letto tante parole dentro gli sguardi che posava su di noi, alcune volte alzava gli occhi al cielo in segno di resa, la sua voce era diventata l’unica mano che riusciva a muovere e ci sfiorava gli abiti o un braccio per farci capire che era ancora vicino a noi.  Quante volte ho visto le lacrime che scendendo formavano sul suo volto dei binari bagnati di dolore,  chissà che cosa avrebbe voluto dirci,  nei suoi ultimi giorni di vita, quante parole mai pronunciate quante parole mai ascoltate...
Poi la fine, inevitabile per la malattia,  inaccettabile per noi.
Ho sempre avuto il terrore di vedere le persone decedute, ora mio padre aveva un volto così sereno, la sofferenza era sparita, forse…Sorella Morte ha avuto pietà del mio dolore e della mia paura, e come se mi avesse teso la  mano fredda e scarna che usciva dal suo mantello nero mi ha avvicinata a  quel padre immobile che avevo amato tanto.
Nel silenzio irreale della stanza  il mio cuore si è sciolto in un pianto straziante.
E’ stato in quel momento che ho rivisto la sua vita , l ’ho ringraziato per come ci ha insegnato ad affrontare le difficoltà e gli ostacoli, a capire l’importanza dell’onestà e i valori della vita. Gli ho parlato della sua Africa, e di come ci ha incantato con le sue avventure,  gli ho parlato dei suoi treni, che per lui erano una seconda casa, delle sue piante che facevano i fiori più belli del casamento, mai un bachino girellava fra quelle foglie verdi,  gli ho detto che lo facevo per il suo bene se lo rimproveravo perché si stancava troppo,  ma  ero orgogliosa della meraviglia del suo piccolo campo che ora più nessuno avrebbe coltivato, della sua insalata e dei pomodori che avevano un sapore fatto d’amore per la  terra e la natura, delle scarpe che ci riparava, mettendo le bullette sempre troppo lunghe che poi bucavano i calzini, della minestra di pane con un sapore che non sono mai riuscita a imitare, il suo modo bellissimo di descriverci  i luoghi che vedeva nei suoi viaggi di lavoro, sempre su quel lungo treno che correva.
Così parlando, parlando, nell’illusione di una risposta che non sarebbe mai arrivata, in questa stanza impregnata di dolore, la paura si è trasformata in realtà e  rassegnazione,  perché ho capito che morire fa parte della vita come nascere.
Ora non sentivo più la mano scarna e gelida di Sorella Morte, non vedevo il suo mantello nero: in quel momento ho sentito mio padre vicino come non mai, il suo volto sembrava ancora più sereno,  l’ ho accarezzato, erano così gelide ora le sue mani, dolcemente  ho sussurrato:
“ Padre, non temere il buio della morte, Lassù troverai la luce di un’altra vita, le stelle ti indicheranno la strada, l’aria ti sorreggerà, il vento ti farà sentire il profumo dei boschi che amavi tanto, non ti dimenticheremo perché sarai sempre nei nostri pensieri e nel nostro cuore.”
Al momento del distacco definitivo, l’ ho guardato l’ultima volta. Avrei sempre ricordato il suo volto quasi sorridente, e quel corpo rigido con il vestito grigio che non voleva mai indossare perché lo trovava troppo elegante.
Improvvisamente la stanza mi è sembrata  senza pareti, pioveva, ma non era pioggia,  era il dolore che si era trasformato in lacrime che bagnavano il cuore,  pieno di lui e dei suoi ricordi.
Noi figli eravamo immobili vicino alla sua bara, lo guardavamo in silenzio, con dei lunghi singhiozzi. La mamma, che era sempre stata forte, ora aveva la fragilità di un oggetto di porcellana che  cadendo va in mille pezzi. Aveva noi figli, ma era la mano del suo uomo che voleva nelle sue, per affrontare insieme la vecchiaia. Le sembrava ingiusto rimanere sola, ora che aveva più bisogno di lui.
Parlando di mio padre, ho fatto una riflessione sul collegamento penna, treni e binari, non  facciamo forse, dei lunghi viaggi con la nostra mente quando scriviamo?  Le parole sono la penna e i treni che corrono sui binari sono i pensieri. Allora mi sono posta questa domanda: scrivo perché sono la figlia di un ferroviere, è questa la bellissima eredità che mi ha lasciato….?
Chiudendo gli occhi mi è venuta incontro l’immagine di un quadretto di casa, che mio padre amava tanto: raffigurava una stazione ferroviaria, un treno, e per sfondo  un prato di margherite bianche.  Con la fantasia ho spennellato con tanti colori i vagoni di un treno immaginario e mi sono tuffata in questo arcobaleno che avevo creato. Come per magia la figura di mio padre ha preso forma mi tendeva le mani e mi portava in questo prato di margherite, ricevevo nuovamente un suo grande abbraccio. Solo allora mi sono resa conto che lui,  era in tutte le cose del mondo, anche in un filo d’erba, perché semplicemente era sempre nel mio cuore.
Mi è rimasto nella mente una sua espressione:
“Come il carbone e la legna diventano cenere anche i nostri corpi un giorno lo diventeranno, niente va perduto nell’immensità dell’universo”
Seguendo la sua riflessione ho scritto questi semplici versi:
Cenere…spargiamola nell’aria/ doniamola alle acque che scorrono/ lì troverà cascate e ruscelli/ che accoglieranno di questo corpo solo  i granelli/ Ogni parte di quella vita appartiene a te acqua/ per farla rivivere nella tua fresca sorgente/ Quella cenere un giorno era una persona/  Ora  è rimasta  nei ricordi
di chi l’ ha conosciuta e mai dimenticata.

Il tempo nessuno lo può fermare. Un giorno anch’io, attraverserò lo spazio che mi guiderà in un’altra vita, lì padre ci incontreremo, chiederemo al vento di regalarci una nuvola e con quella voleremo nella valle degli angeli, ci raggiungerà la musica di un coro celestiale, vedrò il tuo sorriso, allora saprò di essere arrivata in Paradiso.
Ho scritto queste parole ricordandoti con amore.

Tua figlia                     Maria Luisa

                                

Padre, mi manchi, la tua guida come una mano sulla mia spalla resterà con me per sempre.

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LA STORIA DI ALICE STURIALE

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ALICE E IL SUO SORRISO

L’altro giorno mi  è successa una cosa straordinaria e particolare, guardavo la mia libreria, fra i tanti libri, uno ha attirato la mia attenzione, non perchè aveva la copertina gialla che può dare nell'occhio, ma  ho avuto la sensazione che si muovesse, e in lontananza giungesse ai miei orecchi una risata gioiosa, ho preso in mano questo libro era “Il libro di Alice – Sono felice”
Senza capire il motivo, l’ ho stretto a me l' ho aperto, ero a pag. 88, una foto ritrae il grande sorriso di una ragazzina bionda, a sedere su una carrozzina a rotelle, vicino a lei  la sua mamma, quello che riempie la pagina e il cuore, è la tenerezza e l'amore di questa madre che a occhi chiusi, assapora la felicità di avere accanto questa creatura meravigliosa e unica.
Come se Alice mi ascoltasse ho  sussurrato : “Grazie Alice, per essermi venuta incontro.
Oggi il mio pensiero è dedicato a questa ragazzina che ha girato l’angolo della vita, ma nella sua breve esistenza ha insegnato tante cose agli altri, come l'arte del SORRISO e della GIOIA e un'altra cosa sublime, l'accettare con grande forza d'animo la sua malattia, che la costringeva a stare su una carrozzina, perchè non poteva camminare, ma questo non le ha impedito di  vivere con gioia e intensità i suoi affetti lo studio il gioco e la musica e gli scout.
Ha lasciato un vuoto immenso, un grande dolore per i suoi genitori , i familiari e tutti gli amici che aveva, ma ha lasciato anche un bellissimo ricordo, e per il suo modo di essere e come è vissuta, non sarà mai dimenticata.
Il nome di questa ragazzina è ALICE STURIALE, ha scritto delle cose bellissime, la sua mente non era di bambina, ma doveva essere ispirata da un angelo per scrivere dei pensieri così profondi.
Chi ha letto il suo libro, o lo leggerà, ( lo consiglio vivamente è una grande lezione d'amore) è come se la vedesse ancora sorridere e piena di vitalità, era così comunicativa che poteva trasmettere agli altri la forza di superare ogni difficoltà, quella forza che non tutti hanno per affrontare le prove della vita.
Aveva solo 12 anni, quando è volata via, è morta improvvisamente una mattina di Febbraio mentre  a scuola era al suo banco, faceva la 2° media.
Quando ha salito la lunga scala, per entrare nelle porte del Cielo, gli angeli la tenevano per mano, lei rideva  poteva camminare finalmente da sola, dall'alto vedeva la sua carrozzina appoggiata lì in un angolo, ora non le sarebbe servita più....quanti ricordi, quanto dolore ha lasciato, quante lacrime versate, ma la sua missione terrena era finita....
Alice è stata un piccolo strumento nelle mani di Dio, per far capire che anche con una malattia così grave si può affrontare il mondo.
Lei ha scritto tante cose nella sua breve vita, ma non ha avuto la gioia di vedere il suo libro, perchè è stato stampato dopo.....in sua memoria.
Questa creatura aveva il potere di colorare i cuori delle persone che la incontravano, per conoscerla meglio, ho inserito  alcuni suoi pensieri presi dal libro,  la scelta è stata difficile, perché tutti sono molto belli.

LA MANO DI DIO
E' Dio che ha creato l'universo.
E' Dio che ha creato questo mondo.
E' Dio che ha creato l'uomo e la donna.
E' Dio che ci aiuta nei momenti difficili della nostra vita.
E' Dio che ci dice * Andate in pace * .
E' Dio che dobbiamo ringraziare per l'amore che ci ha dato, che ci dà e che ci darà in eterno.
E' la mano di Dio che ci guida per la strada dell'amore.
E' Dio il nostro Signore.
( Giugno 1992- Prima Comunione- III elementare )

HANDICAP
Forse senza le quattro ruote è più facile divertirsi.
E' più facile muoversi, è più facile, è anche più facile conquistare i ragazzi.
Ma io credo, che le quattro ruote, servano a conoscere
Tutta quanta la vita, e saperla affrontare e vincere.
( Luglio 1995 )

IL CIELO ADDOSSO
Volteggiano come milioni di bianche stelle nello spazio.
Non sono più sul pianeta Terra, per un attimo non sono più mè stessa
Ma son forse soltanto un'idea di infinita libertà.
Mi scende lentamente sulla testa il cielo....o, forse sono io che salgo
E mi tuffo nello spazio della fantasia.
( 5 Febbraio 1994 - V elementare )

Brani dal * Libro di Alice * di Alice Sturiale 

Grazie Alice, per le belle parole che ci hai lasciato in eredità, grazie per aver * mosso * il libro, e grazie per avermi fatto capire ancora una volta che c'è  *vita oltre la vita * . E’ stato bellissimo quando sei venuta nei miei sogni per ringraziarmi delle parole che ti avevo scritto.
Sarà stato un sogno,  o tu mi hai portata fra le nuvole e mi hai fatto ammirare l’arcobaleno che attraversava il cielo?
Per questo ho voluto dedicarti un messaggio anche nel sito di Tommasino, uno splendido bambino che è volato via quando aveva 2 anni, quando lo incontri Lassù…prendilo per mano, lui è così piccolo…

Ora virtualmente lascia che io ti abbracci con infinita tenerezza, poi con lenti passi mi allontanerò, tu mi potrai seguire fino alle porte che dividono il cielo dalla terra,  lì mi saluterai,   io ti prometto,  di non dimenticarti mai.

                                                                                                                 Maria Luisa Seghi

 

IL BELLISSIMO LIBRO DI ALICE

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ALICE NELLO SPAZIO DI LUCE

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UNO DEI MIEI SOGNI

Ho fatto un sogno…nel mio spazio di luce ho visto Alice…
Ricordo con chiarezza le parole del suo libro *Sono felice*
Immagino, ad occhi chiusi, di volgere lo sguardo verso le montagne, ascolto il coro dei suoi amici scout e lei…è lì… sulla sua carrozzina a rotelle, la sua voce allegra si diffonde fra gli alberi, il vento  porta l’eco del suo sorriso,  è felice, guarda il cielo, ama tutto ciò che la circonda: la natura, e l’universo con tutto quello che contiene. Riesce a sorridere anche per la sua  malattia accettandola con grande forza e coraggio.
Aveva un grande dono: Riusciva a trasmettere felicità.

Oggi  parlo ancora di lei, perché, il pomeriggio del 22 Settembre del 2008, ero al Piazzale Michelangelo, e sono andata a visitare il Cimitero delle Porte Sante , sulla sua tomba, ricoperta di ninnoli e pupazzi, ho lasciato una busta con dentro un messaggio; ho iniziato a parlare, mi sembrava quasi di vederla a sedere sulla sua carrozzella che mi ascoltava, avevo la percezione di sentire l’eco del suo sorriso e di vedere i suoi occhi che mi guardavano.
“Ciao Alice ,
Spesso, prendo il tuo libro , leggo un tuo racconto o una poesia, rimango sempre stupita, di come nella tua breve esistenza, tu possa aver scritto cose così belle, la vita ti ha dato solo 12 anni, poi sei volata via. Il Signore, ti aveva donato una grande anima e un grande cuore, ti aveva posato sulla terra per insegnare a tante persone che si può essere felici anche nella condizione di essere diversamente abili . Ora il tuo sguardo vaga fra i prati fioriti della valle degli Angeli,  quando Lassù,  incontri Tommasino, insieme a tanti angeli bambini, prendilo per mano. lui è così piccolo…e tu così giudiziosa…
Con il tuo coraggio e la tua forza affrontavi la vita, con il sorriso spazzavi via la malinconia.
Stasera la mia preghiera sarà solo per te. “

22 Settembre 2008

Il mio sogno:
La notte fra il 23  e il 24 settembre 2008,  ho sognato una ragazza, dolcissima e con dei lunghi capelli biondi , era nel piazzale del Cimitero proprio di fronte alla bellissima Chiesa delle Porte Sante, mi ha chiamato e mi ha detto:
* Ciao, Maria Luisa, io sono Alice… tu  sei venuta a trovarmi mi hai parlato e mi hai chiesto di proteggere Tommasino insieme ad altri bambini, io sto sempre insieme agli angeli bambini, hai visto come sono cambiata, e come corro veloce, la carrozzina non mi serve più.
Al risveglio, molto emozionata e scossa da questo sogno, ho pensato che ha voluto farmi vedere come sarebbe stata adesso dopo circa 12 anni dalla sua morte.
Grazie Alice, ancora una volta mi hai fatto capire che *C’è vita oltre la vita”
Ho dato un nome ai miei incredibili sogni, li chiamo * Il mio spazio di luce * perché illuminano la mia mente, il mio cuore, mi scaldano l’anima e rafforzano la mia fede.
Ho preso il suo libro, con mani tremanti, ho letto questa poesia:

“ L’alba” di Alice Sturiale
Ecco, arriva,
Rosea, leggera, tranquilla,
Con il suo lungo mantello, carezza il cielo,
E con un soffio sottile , spegne le stelle.
Ed ora apre un sorriso, il sole la vede
E comincia a spuntare:
Sorride, sorride, sorride
e se ne va….

3 Settembre 1995 *** (pag. 194 del libro * Sono felice* )

Ho scelto questi suoi versi fra tanti altri, perché le assomigliano.
Lei…non sarà mai dimenticata, è stata una meravigliosa alba, è arrivata rosea e leggera, con il suo modo di essere ha accarezzato il cielo, ha colorato i cuori, la sera spegneva le stelle…come l’alba… il sole l’ ha vista sorridere, poi l’ ha vista scivolare via..

Ora è in un bellissimo luogo,  proteggerà i suoi cari, andrà nei loro sogni e li accarezzerà, e loro ritroveranno in quella carezza un po’ di lei.
Anche io spero  che una notte  mi venga di nuovo incontro..quella notte  “ il mio spazio di luce “ sarà ancora più bello.perché guarderò nei suoi occhi quel  riflesso azzurro che gli ha dato il  cielo in un momento di quiete.
Ciao Alice…bambina felice…

                                                                                                     Maria Luisa Seghi

 

UN LUOGO DI PACE E SERENITA'

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IL DONO PER UN ANGELO DI NOME ILARIA

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Salgo le scale fino al cielo e poi entro nelle nuvole...

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HO INTRECCIATO REALTA’ E  FANTASIA  DEDICANDO QUESTE PAROLE AD ILARIA

Cammino sulla spiaggia, le onde del mare cullano i miei pensieri, e il sole scalda i miei sogni, come per incanto è apparsa davanti ai miei occhi una lunghissima scala che dalla terra arriva fino al cielo, questa è una scala magica, come la scala della vita...... ho iniziato a salire, i bordi dei gradini erano tutti pieni di fiori intrecciati fra loro, quando salgo, scalino dopo scalino come per magia, dietro di me i fiori si chiudono, e davanti a me i fiori si aprono sprigionando un profumo che avvolge l'anima.
Sono quasi in cima, entro nelle nuvole, e vedo in lontananza una porta bianca tutta Illuminata, è una luce forte e particolare, non dà noia agli occhi, anzi ha il potere di donare al cuore una dolce serenità.  Vedo tanti volti  che mi guardano lo so......io non posso oltrepassare quella soglia, fino a che non avrò finito le pagine del libro della mia vita.....Tengo fra le mani una piccola anfora in terracotta decorata con dei nastri bianchi insieme ad una bellissima rosa bianca, fra tanti volti sconosciuti ne spicca uno  che conosco. Lei  si chiamava Ilaria è volata via a 19 anni   malata di leucemia, a lei dono il mio fiore , è una persona speciale che ora vive in un altro mondo fatto di luce e pace.
Questa è la sua storia.
Ilaria, era la bellissima figlia dei miei cugini Oriana e Raffaello, studiava con profitto, pensando al suo futuro nel mondo del lavoro, per il suo modo di essere così spontanea, solare e piena di vita, era adorata dai genitori i familiari e dagli amici, era amata dal suo ragazzo, con il quale pensava di dividere le gioie e i dolori camminando sul filo della vita, si...il filo..perché, i giorni della nostra vita, sono sempre appesi a quel filo, puoi perdere l'equilibrio da un momento all'altro e cadi giù..... o ti riprendi e continui a camminare.
E' stato un semplice esame del sangue, che ha fatto cadere Ilaria da quel filo, il risultato dava una prognosi terribile : LEUCEMIA
Le cure, la chemioterapia, un filo di speranza quando stava meglio, la speranza nei farmaci nuovi..Tutto è stato vano, un giorno, tutto è finito.  Lei ...era lì con il volto come un Angelo, sembrava che dormisse, invece era l'addio al mondo terreno, lasciando un vuoto incolmabile.
I genitori annichiliti dal dolore, erano come due anime con il tronco pieno di spine, con il tempo e gli anni  qualche spina sarebbe caduta per la rassegnazione, e anche pensando che niente gli poteva riportare sua figlia, gli è rimasto il ricordo del tempo vissuto con lei, di aver ascoltato le sue parole e sentito la sua gioia quando sorrideva, tutto questo avrebbe alleggerito il grande peso dal cuore. Ma..quante volte avranno sentito il rumore del silenzio per averla perduta.
Nel mese di Giugno di quell'anno, pochi mesi prima di morire, aveva scritto un tema per la scuola, capiremo da alcuni passi che lei sapeva.....solo il Signore può avergli dato la forza, di essere così coraggiosa, da dare lei coraggio alla sua famiglia.
                                                          Frasi riprese dal tema di Ilaria
* A volte mi sento come un burattino incapace di ribellarsi alla volontà di Colui che manovra i fili del nostro destino, mi sono trasformata in marionetta, il giorno in cui ho scoperto di avere una grave malattia : la LEUCEMIA . non era un film era la mia vita, qualcosa di astratto si è insinuato nel mio corpo, e mi
accompagnerà fino alla morte.... è come se uno sconosciuto mi avesse avvolta in un lenzuolo e caricata su una carrozza trainata da due cavalli bianchi...io lo seguo, non ho paura...”Lui” è accanto a me.."

Consegno a Ilaria  questa anfora,  dicendo che contiene tutto l'amore che i suoi genitori  hanno per lei, l’anfora contiene il profumo della casa dove è vissuta, e proprio sentendo questo profumo dovrà sempre proteggerli specialmente quando vedrà nei volti dei suoi genitori qualche giorno più buio.

Questo il messaggio di Ilaria :
** Il Signore mi ha chiamato, cammino nella Luce insieme a Lui, ma voi...Non piangete, io sono qui, non sono mai andata via, rimarrò per sempre nei vostri cuori e nei vostri ricordi **

Questa è la storia di dolore che provano tanti genitori per la perdita di un figlio.
La preghiera e la fede possono dare dei momenti di rassegnazione, anche se, dopo una perdita così dolorosa niente è più come prima.

Dopo la sua morte i genitori di Ilaria, sono entrati a far parte dell' A. I. L . Associazione Italiana contro le leucemie, che aiuta a dare speranza alle persone affette da questa patologia.
Non dimentichiamoci mai di aiutare queste associazioni perché solo con la ricerca si possono debellare queste malattie, e se le guarigioni sono aumentate è stato perché ci sono medici che mettono la vita nel loro lavoro, ed ogni persona che riesce a stare meglio è una vittoria della medicina.

                                                                                       MARIA LUISA SEGHI


                                         

" Volerò con una carrozza trainata da due cavalli bianchi, non avrò paura.." LUI" è accanto a me.."

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La luce che dona serenità se la guardi con il cuore.

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IO...CHIOCCY.. E LA SUA MAGIA

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CINZIA CORNELI E LE SUE CREAZIONI

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CHIOCCY...GLI ULTIMI NATI

    
IO…CHIOCCY ..E LA SUA MAGIA 
    

Chioccy non è una persona, non è un morbido animale domestico, non è un nome che ho inventato io; Chioccy è come il preludio alla serenità per i problemi della vita quotidiana che dobbiamo combattere tutti i giorni con le unghie e con i denti.
La vera identità di Chioccy  è quella di essere  una bambola di pezza, che è stata creata, curata, cucita e vestita da una mia cara amica che si chiama Cinzia Corneli,
Cinzia, è pittrice, fotografa, poetessa, scrittrice, ma, prima di ogni altra cosa è una bellissima persona, un pozzo di idee e creatività, sa che cosa vuol dire i sentimenti veri, che insieme alle gioie danno anche i dolori.
Cinzia è una  scrittrice quotata, parla dei sentimenti dell’anima e nei suoi libri spiega in modo mirabile le sofferenze  i pensieri e le gioie che affollano la mente dei suoi personaggi, una dote che non tutti hanno.
Lavora nel campo della contabilità, così fra un bilancio e una partita Iva,  nei momenti liberi scrive pagine di  parole che si trasformano in romanzi e quando la sua mente spazia nella nuvoletta della creatività sogna…
Un giorno ha creato questa meravigliosa bambola di pezza, che non ha nulla a che vedere con le bambole dai vestiti sgargianti i capelli  con i riccioli,  gli occhi che si muovono e  parlano spingendo un bottoncino sulla pancia.
Chioccy, non è niente di tutto questo, è buffa e simpatica, l’imbottitura che forma il corpo è vestita con abiti semplici  nati da piccoli scampoli di stoffe varie con l’aggiunta di tanta fantasia e ingegno, non si pettina perché, ha i codini fissi girati all’insù con due fiocchetti,  non  gira gli occhi perché sono fissi come due piccoli fari, e non parla,  ha sulle spalle uno zainetto con il bagaglio della vita , quello che noi umani ci portiamo sempre dietro anche se non si vede.
La sua ideatrice le ha messo il nome “Chioccy, la vita dopo i cocci” perché, questa bambola  ha un grande pregio: parla al cuore di chi ha la fortuna di possederne una.
Io parlo per mia esperienza personale, quando problemi di salute più o meno gravi o la depressione o devo affrontare un esame,  mi avvolge una nuvola di tristezza, allora la prendo la stringo a me e lei ha il potere di farmi sentire meglio, mi guarda con occhi dolci e mi abbraccia io per incanto sento il suo fluido benefico, che mi scivola addosso come rugiada.
Sono arrivata a pensare che Cinzia, la sua creatrice, abbia messo nell’imbottitura del corpo e sui vestiti una pozione magica fatta di amore comprensione e tenerezza.
Menomale  che c’è Chioccy, io gli parlo come se fosse una persona, non sono una vecchia rimbambita a me fa questo effetto e ringrazio Cinzia per avermela donata,  riesce a infondermi tanta serenità, forse perché l’’ ha creata  con tanto amore che riesce a trasmetterlo ad altri.
Quando ho una giornata particolarmente piena di nuvole, la sera la metto vicino al letto, con la speranza che possa cullare i miei sogni e mi tolga quel velo nero che ogni tanto mi ricopre il cuore.
Non pensavo che alla mia età, quando sono triste mi potesse consolare una bambola di pezza, invece lei,  fa anche questo miracolo.

Questa è la mia riflessione su Chioccy , la bambola magica che tutti dovrebbero avere per superare i momenti tristi che ci vengono incontro quando camminiamo sulle strade della vita.

                                                                                    

                                                                                                  Maria Luisa Seghi



 

CHIOCCY DI MARIA LUISA

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CHIOCCY...LUI...E LEI....

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2011- MENZIONE DI MERITO PER IL RACCONTO -

" IN UNA SCATOLA DIN LATTA..I RICORDI DEL NATALE "

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FISARMONICA ANNI 50 -

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C’era una volta …Il Natale”  E.. ci sarà sempre, fino alla fine dei tempi.

Il passare inesorabile del tempo  e le mie tante primavere, fa tornare alla mia mente con lucidità e chiarezza, come ho vissuto quel giorno, non sempre con gioia e  spensieratezza ma qualche volta  velato dalla  malinconia  e dal dolore.

Quando ero una ragazzina, pensavo al Natale un mese prima, dicevo alla mamma di tirare giù dall’armadio la scatola degli addobbi per l’albero ed il presepio, non volevo  arrivare a farlo e accorgermi che  mancava qualcosa, ma c’era anche un altro motivo…il contatto visivo con questi oggetti mi dava la sensazione che il Natale  durasse di più, allora c’erano  poche cose che  quel poco che avevamo era un piccolo tesoro.
Negli anni 50,  per l’albero di Natale si usavano le palline di vetro che luccicavano e  mandavano bagliori argentati e colorati, io le sfioravo come si può sfiorare delle pietre preziose, e stavo molto attenta perché se cadevano  andavano in mille briciole taglienti.
Per le luci dell’abete, venivano adoperate le candele di cera, tipo quelle che si mettono sulle torte per i compleanni,  era così suggestiva la luce che diffondevano, ma erano  pericolose, potevano procurare un incendio, per questo, venivano accese solo in rare occasioni e sotto il controllo dei genitori.
Per  fare  il presepio andavamo nelle campagne vicine a trovare la borraccina fresca, i personaggi della Natività che erano dentro la capanna, le statuine dei pastori e gli animali, dovevano essere adagiati su una cosa che ci donava la terra,  per creare un paesaggio  naturale e simile alla realtà.
Con lo specchietto da borsa della mamma, facevo il laghetto, in questa acqua virtuale appoggiavo una piccola anatra, sul  ponticello di legno mettevo un pastore che portava sulle spalle due fascine di legna, poco distante, un pozzo con vicino una contadinella  che teneva una brocca di acqua in bilico sulla testa, da un lato del prato un pastore  guidava il suo gregge di pecorelle.
Queste statuine di terracotta  erano modellate così bene, che si potevano scorgere i lineamenti e le espressioni dei volti, quante volte mi sono avvicinata al presepio per guardarli più da vicino e per provare se la magia del Natale, mi faceva sentire le loro  voci, i pensieri, i loro sogni  e le storie di un tempo tanto lontano…..che risalivano a 2000 anni prima.
Se chiudo  gli occhi  per aiutarmi nella concentrazione, con la forza della fantasia e svuotando la mia mente,  le sento quelle voci, perché sono dentro di me, sono le voci dell’anima e della mia fede,  così come per magia vedo il presepio animarsi, nella capanna della Natività vedo il Paradiso, sotto un cielo fatto di carta blu lucente e tempestata di stelle d’argento con al centro la  cometa,  ci sono tutte le meraviglie dell’universo che Dio ci ha donato, come le  montagne, i prati le colline,  le  case  i suoi abitanti.

Nella nostra modesta casa, le tradizioni per  la festa del Natale  come  fare  l’albero e il presepio  è sempre stata un culto, e cercavamo nella nostra semplicità, di renderlo   pieno di allegria,  tanti parenti intorno alla nostra tavola:  nonni zie e zii, cugini, la tavola per il pranzo veniva allungata con le capre (non gli animali…naturalmente…) le capre, erano degli oggetti in legno resistente con le gambe fermate da cerniere che allargandole si ponevano sotto un’asse di legno, sopra una bella tovaglia ricamata a mano, che non mancava mai nel corredo di ogni donna, fra i piatti e i bicchieri “ del servizio buono” si mettevano dei tralci di abete con dei fiocchettini rossi e la tavola era pronta..
Dopo l’interminabile pranzo natalizio, non poteva mancare la musica, non la musica gracchiante che diffondeva quel grande cassettone della radio, ( allora le radio prendevano lo spazio di un mobile)  ma la musica dal vivo, suonata da un solo strumento: una grande  fisarmonica  con le cinghie sulle spalle per reggerne il peso.
Rinaldo, un nostro parente, ne possedeva una e quando doveva suonare,  veniva spostata la tavola per fare spazio nella stanza, mettevamo una sedia sul tavolo, aiutavamo Rinaldo a salire su questo podio improvvisato dove iniziava a fare il suo concerto.
Il suo  repertorio comprendeva i balli che erano in voga a quei tempi: come il valzer il tango e la quadriglia,  non ho mai dimenticato il suono armonioso e bellissimo  che emetteva questo strumento e se torno indietro con la mente mi rivedo a ballare o con il babbo o con una delle mie zie.
La mia famiglia era felice di invitare le persone, non aveva importanza se il suonatore di fisarmonica era anziano, se le sue dita erano deformate, se  tentava di cantare con voce stonata, se aveva l’affanno per la grande fatica, ma lo faceva con tanto amore e con tanta volontà….che ai nostri occhi era perfetto, era giovane e cantava benissimo..
Quanti applausi per quella musica “ dal vivo” e l’allegria che era nell’aria  aveva il potere di farci vivere dei momenti di vera ilarità, specialmente quando ballando la quadriglia si sbagliavano tutti i passi, e ci davamo la colpa a vicenda.  Che bei tempi….!!!!

Gli anni sono passati, ormai adulta, ricordo il primo Natale  con la responsabilità di un lavoro, il mio primo Natale da giovane sposa, il primo Natale da madre, dove tutto girava intorno a quello scricchiolino di  neonata , ero felice di vedere gli occhi lucenti di mia figlia che guardava meravigliata tutte quelle lucine che si accendevano e spengevano e quante smanacciate a quei rami di abete, lei rideva felice, ma quante palline rotte…su quel pavimento.

Nella mia vita ci sono stati dei Natali tristi, ricordo quello dopo la morte del babbo, avvenuta nel mese di Novembre,  è stato un duro colpo, quel posto vuoto a tavola, gli occhi lucidi le parole sussurrate, una semplice tovaglia, un pranzo semplice, anche le luci dell’albero non erano brillanti, come se gli fosse stata trasmessa la nostra malinconia,   niente inviti di parenti, niente musica…
Con la morte della mamma, il dolore era ancora più intenso, non importava allungare la tavola, bastava quella normale per le persone che erano rimaste, ma  l’angolo con il nostro albero e il presepio era sempre presente, nessuno ce lo poteva togliere faceva parte della nostra Fede e della tradizione, altrimenti non rimaneva più nulla.

I dolori colpiscono il cuore, e il Natale del 2000 lo ricorderò più degli altri per il macigno che si era abbattuto sopra di me per lo stato di salute in cui mi trovavo, ero ricoverata in ospedale e mi mandarono a casa solo per il pranzo di Natale, ma quanta tristezza a quella tavola, nelle poche parole che sono state dette traspariva solo l’incertezza della vita, quante lacrime che scendevano asciugate con il tovagliolo. Fingevo di pulirmi la bocca di quel  pranzo mai consumato,  pensavo solo al grosso intervento che avrei dovuto affrontare, e se per me ci sarebbero stati dei Natali  futuri…
Prima di uscire di casa,  per ritornare in quella stanza bianca dell’ospedale ho abbracciato forte mio marito e mia figlia, poi ho guardato  le luci del  mio abete e del  presepio, come per chiedere un aiuto Divino ho sfiorato dolcemente una statuina della Madonna di Lourdes invocandola che mi porgesse la Sua mano,  e infine con le lacrime agli occhi ho vagato come un automa per le stanze, da sola, in silenzio, con un dolore dentro che mi bucava l’anima, ho volto  un lungo sguardo a tutte le cose della mia casa, volevo ricordare bene , mi sarebbe servito per i giorni bui che mi aspettavano.
Bui lo sono stati, quei giorni…per tanti mesi…i dolori non mi abbandonavano mai mi seguivano come un’ombra malefica, anche il sole  non sorgeva mai, sembrava inghiottito dal mare. Poi una mattina come per magia ho visto un arcobaleno bellissimo che solcava il cielo azzurro, mi sembrava di volare andando incontro al sole, ho ringraziato il Signore che mi aveva dato un’altra possibilità di vita. 

Questi, sono i giorni di Natale che ho chiuso dentro una scatola di latta, foderata di velluto, ho aggiunto un cofanetto pieno di speranza,  le parole, come monete del  pensiero, il mio albero e il  presepio.
Per incartarla l’ ho avvolta in una nuvola d’amore, per legarla ho intrecciato le scintille della mente, adornate con lacrime come gocce di rugiada.
Ogni anno,  il giorno di Natale, apro virtualmente questa scatola  con grande emozione guardando con gli occhi dei ricordi, rivedo il riassunto della mia vita, l’ albero e il  presepio sono  adornati di emozioni srotolate nel corso degli anni…vedo una stanza, una giovane fanciulla che balla le canzoni della sua verde stagione al suono dolce di una fisarmonica.
Intorno ad una tavola apparecchiata per il pranzo di Natale, vedo tante persone, ma…alcune di loro non sono più con noi, hanno girato l’angolo della vita…rivolgo una  preghiera, con dolcezza sorrido, loro….da “Lassù” guideranno i miei passi.

Prima di chiudere la scatola  prendo dal cofanetto la speranza, la spruzzo nell’aria sperando che arrivi a tutti i cuori, perché la speranza è la nostra salvezza per affrontare i giorni futuri della nostra esistenza .
Il Natale è una festa bellissima, almeno quel giorno cerchiamo di dimenticare le nuvole che sono passate sul nostro cielo e coloriamo le nostre azioni, cercando di essere più buoni e comprensivi con il nostro prossimo.
Anche se la vita in dei momenti ci appare come un oscuro sentiero dove un tappeto di foglie secche soffoca i nostri passi, pensiamo ai momenti  felici che entrano dentro di noi come gocce di luce, la stessa luce che ci dona il cielo quando lo guardiamo, forse in quello spazio infinito,  troveremo qualche risposta alle nostre domande.
Allora  prendiamoci il cielo che appartiene a tutti noi, e non dimentichiamo mai, in nessuna età della nostra vita il giorno del  Santo Natale.

                                                                                             Maria Luisa Seghi

Opera inserita nell’Antologia Arte solidale tra musica e memoria /1  : “C’era una volta il Natale”
Associazione culturale GueCi
Marco Del Bucchia  Editore

 

IL MIO PRESEPE

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IL MIO ALBERO DI NATALE

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PAESAGGIO NATALIZIO

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